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Frantumare non basta. Bisogna sapere dove finisce il resto.

Chi siamo, cosa abbiamo imparato in trent’anni di dissipatori, e perché su questo argomento abbiamo deciso di dire come stanno le cose.

C’è un gesto che facciamo tutti, ogni giorno, senza pensarci: raccogliere gli scarti di ciò che cuciniamo, le bucce, i gusci, i fondi, gli avanzi, e metterli da qualche parte. Un sacchetto sotto il lavello, un bidone sul balcone, un contenitore che la sera odora di quello che abbiamo mangiato tre giorni prima.

Un dissipatore di rifiuti alimentari nasce per eliminare quel gesto. Tritura lo scarto organico direttamente nel lavello e lo allontana nel momento in cui si produce, prima che diventi odore, moscerini, percolato. È una tecnologia semplice, vecchia di ottant’anni, diffusissima in mezzo mondo.

E allora perché in Italia se ne parla così poco, e spesso così male? Perché quasi nessuno racconta la parte difficile. Ed è esattamente la parte da cui vogliamo partire.

La domanda giusta non è “come tritura”, ma “dove finisce”

Su un dissipatore è facile dire cose vere: che è comodo, che è igienico, che fa risparmiare i sacchetti. Tutto corretto. Ma la domanda che decide se un dissipatore ha senso è un’altra: cosa succede allo scarto dopo che è sparito dal lavello?

Perché un dissipatore non fa scomparire nulla. Sposta lo scarto dalla cucina alla rete fognaria, e da lì al depuratore. Se quel percorso è attrezzato per riceverlo, il dissipatore diventa una buona idea perché migliora l’efficienza dei digestori, che produrrano più biogas, e dei depuratori.

Se non lo è, l’unico vantaggio resta quello di non stoccare, trasportare, maneggiare dei rifiuti che poi verranno messi in vasche di compostaggio

Cosa dice la legge, davvero

In Italia lo scarico in fognatura dei rifiuti, anche triturati, è consentita dalla legge di conversione N° 210 del 30/12/2008 del D.L. decreto-legge 6 novembre 2008, n. 172

Tradotto: la legge consente l’uso del dissipatore, per i comuni dotati di depuratori.

Per sapere se il tuo comune è dotato di depuratore basta leggere la bolletta dell’acqua, nella sezione “dettaglio dei costi” troverai “quota depurazione”. I comuni sopra i 2000 abitanti sono abbligati dalla legge a dotarsi di depuratori, mentre per comunità montane inferiori a 1000 abitanti è consentito l’uso di vasche Imhof private o fitodepurazione.

La stessa onestà, sull’ambiente

C’è una frase che troverai su quasi tutti i siti di questo settore: il dissipatore è “ecologico”.

Noi non la scriviamo, perché non è solamente vera. Nei comuni dotati di depuratore è certamente vera perché le sostanze dissipate vengono tranquillamente depurate restituendo acqua utilizzabile. In quei comuni particolarmente virtuosi che hanno i digestori anaerobici è più che ecologico ma anche “produttivo” dato che dai fanghi si estrae anche del gas metano, oggi tanto prezioso.

Il beneficio ambientale di un dissipatore esiste, ed è documentato ma è condizionato. Nasce quando il depuratore a valle è dotato di digestione anaerobica: in quel caso lo scarto alimentare non è un rifiuto da smaltire, ma materia che produce biogas, cioè energia. Lo dimostra il caso più studiato al mondo, il comune svedese di Surahammar, dove metà delle famiglie usa un dissipatore da oltre vent’anni: quindici anni di monitoraggio hanno mostrato un aumento del 46% nella produzione di biogas del depuratore, senza alcun sovraccarico della rete, e una netta riduzione dei rifiuti conferiti in discarica… ma di questo case history ne abbiamo parlato diffusamente in altro articolo.

Dove quella tecnologia a valle non c’è, il beneficio ambientale è molto più modesto e il vantaggio del dissipatore torna a essere quello pratico: niente umido in casa e nessun impatto ambientale, né positivo né negativo. È un buon motivo per sceglierlo ma è un motivo diverso, e va detto.

Chi ti promette che un dissipatore è ecologico sempre, ovunque e comunque, o non conosce la materia o preferisce non spiegartela.

Perché senza lame è importante

Sul piano tecnico, quasi tutti i problemi che le persone associano ai tritarifiuti, i blocchi, gli intasamenti, i filamenti che si avvolgono, nascono da un’unica scelta di progetto: le lame.

Una lama taglia. E ciò che è fibroso come il sedano, il carciofo, le bucce lunghe si avvolge attorno a ciò che taglia. Da qui i bloccaggi, le vibrazioni, i picchi di rumore.

I dissipatori a forza centrifuga, come il nostro brevetto, non tagliano: proiettano lo scarto contro un anello di macinazione e lo disintegrano. Il risultato è duplice. Le fibre non trovano niente su cui avvolgersi, quindi passano dove un tritarifiuti a lame si blocca. E nella camera non esiste nessun bordo affilato aumentando la sicurezza attiva. È un principio meccanico semplice, ma cambia tutto nell’uso quotidiano ed è il motivo per cui diciamo che il nostro dissipatore non fa filamenti: oltre all’aspetto teorico ne abbiamo le prove fisiche.

Tutto questo non lo abbiamo imparato leggendo brochure. I dissipatori a centrifuga che portiamo nascono da un’azienda italiana, NTA Nuove Tecnologie per l’Ambiente, che li studia e li costruisce dal 1997, in provincia di Varese: progettazione, materiali, produzione e collaudo avvengono qui. Significa materie prime di eccellenza come ad esempio acciaio inox e non plastica, cinque anni di garanzia e, cosa che si capisce solo quando serve, ricambi e assistenza raggiungibili, non a diecimila chilometri di distanza.

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