Esiste uno studio al mondo che ha misurato, su scala urbana e per quindici anni, cosa comporta davvero installare i dissipatori nelle case. Vale la pena raccontarlo per intero, numeri e limiti compresi.
Quando si discute di dissipatori di rifiuti alimentari, il confronto si arena quasi sempre sullo stesso punto. Da una parte chi dice che fanno bene all’ambiente e alleggeriscono la raccolta dei rifiuti; dall’altra chi teme che intasino le fognature e sovraccarichino i depuratori. Sono due opinioni ragionevoli, e per anni sono rimaste tali: opinioni.
Poi c’è Surahammar.
Surahammar è un comune svedese di poche migliaia di abitanti, non lontano da Västerås.
Non ha nulla di speciale, tranne una cosa: è il luogo dove queste due opinioni sono state messe alla prova con i dati, per un periodo abbastanza lungo da contare.
È, a oggi, l’unico caso al mondo in cui l’effetto dei dissipatori è stato monitorato su scala urbana per quindici anni e pubblicato su una rivista scientifica. Per questo, quando vogliamo capire come stanno realmente le cose, partiamo da qui.
Cosa è successo, in ordine
I due timori alla prova dei fatti
Il primo timore riguarda le fognature e il depuratore: mezza città che scarica scarti alimentari nella rete non finirà per sovraccaricarla?
I dati dicono di no. Nei quindici anni di monitoraggio, l’impianto non ha registrato alcun aumento significativo del carico idraulico — cioè della quantità d’acqua da trattare — né dei principali indicatori di carico organico, come BOD, COD e azoto in ingresso. Il timore più diffuso, in questo caso concretamente misurato, non si è materializzato.
Il secondo tema è opposto: c’è un beneficio reale, o è solo marketing?
Qui arriva il dato più interessante. I digestori del depuratore hanno prodotto il 46% di biogas in più rispetto al periodo precedente all’arrivo dei dissipatori. È un aumento statisticamente significativo, non un’oscillazione casuale. E il biogas non è un sottoprodotto qualsiasi: è energia. Lo scarto alimentare che prima era un rifiuto da smaltire è diventato, dentro quell’impianto, una fonte di gas utilizzabile.
Il numero da leggere con onestà
Nello stesso periodo, i rifiuti conferiti in discarica dal comune sono scesi da 3.600 tonnellate l’anno nel 1996 a 1.400 nel 2007. È una riduzione enorme, e la si trova citata spesso come prova dell’efficacia dei dissipatori.
Ma qui bisogna essere precisi, perché è esattamente il punto in cui è facile esagerare. Quel calo è il risultato della strategia complessiva del comune, raccolta differenziata, compostaggio e dissipatori insieme, non dei soli dissipatori. Attribuire tutto il merito all’apparecchio sottolavello sarebbe scorretto. Il dissipatore è stato una delle leve, non l’unica.
Lo diciamo perché è proprio questo tipo di distinzione a separare un’informazione affidabile da uno slogan. Il caso Surahammar è solido perché i suoi autori sono stati rigorosi su cosa i dati dimostrano e cosa no.
La condizione che spiega tutto
C’è un elemento tecnico, in questa storia, che è la vera chiave e che chi cita Surahammar quasi sempre dimentica.
Il depuratore di Surahammar non è un impianto qualunque. Tratta le acque con sedimentazione primaria, fanghi attivi, precipitazione chimica del fosforo e, soprattutto, digestione anaerobica mesofila. È quest’ultima fase che trasforma lo scarto alimentare in biogas. Senza di essa, il “+46% di biogas” semplicemente non esisterebbe.
Questo cambia completamente il modo in cui va letto il caso. Surahammar non dimostra che i dissipatori fanno bene all’ambiente ovunque. Dimostra che i dissipatori fanno bene all’ambiente dove esiste l’infrastruttura giusta a valle un depuratore capace di digerire l’organico e ricavarne energia. Dove quell’infrastruttura non c’è, lo stesso apparecchio, nella stessa casa, produce un beneficio ambientale molto più limitato. Non è un dettaglio: è il senso di tutta la vicenda.
Perché questo conta, in Italia
A questo punto il legame con la situazione italiana è quasi automatico.
La legge italiana — Legge 30 dicembre 2008, n. 210 — consente i dissipatori a una condizione: che il comune sia dotato di impianto di depurazione; non richiede che sia presente un digestore per la produzione di biogas. Surahammar mostra che l’impianto di depurazione non viene sovracaricato e che il rifiuto dissipato può diventare una risorsa: è la stessa identica condizione da cui dipende il fatto che un dissipatore sia una buona o una ottima idea anche per l’ambiente.
In altre parole, la norma italiana e l’esperienza svedese dicono la stessa cosa da due punti di vista diversi. La Svezia lo ha misurato sul campo; l’Italia lo ha scritto in una legge. Entrambe arrivano alla medesima conclusione: conta ciò che c’è dopo lo scarico. Un dissipatore installato dove il depuratore ha la digestione anaerobica è una scelta produttiva e, come a Surahammar, virtuosa: migliora il benessere domestico, è ecologico e produttivo. Lo stesso dissipatore installato dove quella tecnologia manca resta comodo in cucina, riduce l’impatto ambientale dei mezzi che ritirano questo rifiuto, ma l’impatto positivo ambientale è inferiore.
In Italia, la digestione anaerobica mesofila (che opera a temperature comprese tra i 33°C e i 38°C) è la tecnologia più diffusa in assoluto per la stabilizzazione dei fanghi di depurazione nei medi e grandi impianti di trattamento delle acque reflue urbane. Si stima che oltre 120 grandi depuratori italiani adottino questo sistema biologico per ridurre i fanghi e produrre biogas o biometano.
Di seguito sono indicati i principali e più rilevanti depuratori in Italia che possiedono un sistema di digestione anaerobica mesofila, suddivisi per aree geografiche e gestori idrici:
1. Nord Italia (I maggiori poli di economia circolare)
Depuratore di Milano Nosedo (Milano): gestito da MM Spa, è uno dei più grandi depuratori d’Europa. Utilizza la digestione anaerobica mesofila accoppiata a sistemi di efficientamento energetico avanzati.
Depuratore di Milano San Rocco (Milano): anch’esso un pilastro della depurazione lombarda, integra la linea fanghi con digestori mesofili per il recupero di biogas.
Depuratore di Roncocesi (Reggio Emilia): gestito dal Gruppo Iren, è un impianto all’avanguardia che è stato oggetto di importanti sperimentazioni (anche in collaborazione con il CRPA) per la co-digestione dei fanghi con la frazione organica (FORSU).
Depuratore di Castiglione Torinese (Torino): gestito da SMAT, è il più grande impianto chimico-biologico d’Italia. Possiede enormi digestori anaerobici mesofili che producono biometano da immettere direttamente nella rete nazionale dei trasporti.
Depuratore di Peschiera Borromeo (Milano): gestito da CAP Holding, rinomato per i suoi progetti di “Bio-piattaforma” dove i fanghi digeriti termicamente/mesofilamente vengono valorizzati energeticamente.
2. Centro Italia
Depuratore di Roma Nord e Roma Est (Roma): gestiti da Acea Ato 2, sono i principali nodi di trattamento della Capitale. Entrambi sfruttano la digestione mesofila per stabilizzare i fanghi prima della disidratazione e produrre energia elettrica pulita per l’autoconsumo.
Depuratore di Firenze San Colombano (Firenze): Gestito da Publiacqua, serve l’area fiorentina e tratta i fanghi tramite digestione anaerobica a temperature mesofile per ridurne l’impatto volumetrico.
Consorzio Aquarno e Cuoiodepur (Toscana): situati nel distretto conciario di Santa Croce sull’Arno, questi impianti industriali/civili utilizzano digestori mesofili (e prototipi termofili nell’ambito di progetti di ricerca come il Progetto M.E.TA) per trattare fanghi ad alto carico organico.
3. Sud e Isole
Depuratore di Bari Ovest e Taranto (Puglia): gestiti da Acquedotto Pugliese (AQP), presentano imponenti digestori anaerobici mesofili. Di recente, impianti come il San Paolo di Bari hanno subito interventi di ammodernamento per installare turbine cogenerative alimentate dal biogas dei fanghi.
Depuratore di Palermo Acqua dei Corsari (Sicilia): gestito da AMAP, l’impianto principale di Palermo impiega la digestione anaerobica mesofila per la stabilizzazione biologica della linea fanghi.In Italia, la digestione anaerobica mesofila (che opera a temperature comprese tra i 33°C e i 38°C) è la tecnologia più diffusa in assoluto per la stabilizzazione dei fanghi di depurazione nei medi e grandi impianti di trattamento delle acque reflue urbane.
Si stima che oltre 120 grandi depuratori italiani adottino questo sistema biologico per ridurre i fanghi e produrre biogas o biometano. [1, 2, 3]
La lezione, in una riga
Surahammar è la prova migliore che abbiamo che i dissipatori possano contribuire a produrre più biogas, senza intasare la rete. Ma è anche la prova migliore che senza un impianto a valle si spreca una potenziale risorsa: il risultato dipende da un presupposto preciso, verificabile.
Fonte: Evans, T.D.; Andersson, P.; Wievegg, Å.; Carlsson, I. (2010). “Surahammar — a case study of the impacts of installing food waste disposers in fifty percent of households.” Water and Environment Journal, 24, 309–319.
